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lunedì 11 novembre 2013

11 novembre San Martino: festa dei cornuti, tra castagne e vino



Storia e origini della notte di San Martino: vino, castagne e…corna
scritto da Corporazione Sancti Martini
tematiche affrontate: Cultura tradizionale, società & cultura
di Marcella Pantalone





L’Abruzzo, si sa, è terra di vino e quale migliore occasione per assaggiare il frutto dell’infaticabile lavoro dei nostri vignaioli se non la notte dell’11 novembre? La tradizione di degustare il vino novello durante la festività di S. Martino, sarà rispettata anche quest’anno in varie zone d’Italia e, immancabilmente, nel nostro Abruzzo. In alcune località la giornata sarà accompagnata da celebrazioni religiose in onore del Santo vescovo di Tours, di cui la Chiesa cattolica commemora proprio in questa data la celebrazione delle esequie, ma ad accomunare i nostri borghi abruzzesi a molti altri d’Italia nella notte di S. Martino, non sarà tanto l’aspetto religioso – devozionale, quanto quello più strettamente folkloristico.
La figura di S. Martino, nato in Pannonia, odierna Ungheria, attorno al 316-317 d. C., di cui conosciamo una ricca (seppur a tratti artificiosa) biografia, redatta dal suo discepolo e amico Sulpicio Severo, è tradizionalmente accostata all’idea dell’abbondanza. Considerato da secoli il patrono di osti e mercanti, a questo Santo sono tuttora dedicate numerose fiere agrarie, allestite in varie regioni soprattutto del centro – nord. Una delle molteplici leggende relative a questo Santo, racconta di quando Martino, all’epoca giovane soldato, si rifugiò in una botte per sfuggire agli inseguitori ubriachi. Con buona probabilità, è questo il racconto che ha decretato l’assimilazione della sua figura all’elemento del vino.
Tuttavia, la giornata dell’11 novembre non è caratterizzata esclusivamente dal vino o dalle proverbiali abbuffate di castagne e altre cibarie ma, come tutti sappiamo, è nota anche come la “festa dei cornuti”. Non a caso, nei banchetti allestiti per l’occasione, capita spesso di udire spassose battute indirizzate ad amici e parenti, virtualmente dotati di attributi cervini!
Nonostante tale festività sia osservata principalmente nell’Italia settentrionale, in alcune località abruzzesi la ricorrenza assume dei connotati davvero caratteristici. Ad esempio, a S. Valentino in Abruzzo Citeriore (PE), ogni anno si tiene una tradizionale festa allietata da una buffa processione profana, che si diverte a sostare e lanciare canzonature sotto le finestre di sposi novelli, vedovi e scapoli attempati, il tutto enfatizzato dal frastuono di imprevedibili strumenti. A Scanno (AQ) la sera della vigilia, vengono accese tre grandi torri di legno, dette “Glorie”, alte circa 20 metri e allestite in tre contrade diverse. Attorno ai falò si radunano grandi e piccini per improvvisare canti e balli e consumare collettivamente enormi quantità di cibo. I ragazzi, in particolare, sono soliti tingersi il viso con la polvere nera della fuliggine e danzare intorno al fuoco agitando grossi campanacci ed altri strumenti frastornanti.
Ogni comunità ha, dunque, delle specifiche tradizioni relative all’11 novembre, ma l’elemento conviviale, insieme a quello delle “corna” e delle burle sembra essere una costante in molte zone della penisola compreso, come si è visto, il nostro Abruzzo.
Molti, probabilmente, non ci avranno mai pensato, ma molti altri si saranno spesso posti una domanda: cosa c’entra tutto questo buffo caos con la figura del Santo vescovo di Tours? In realtà, ben poco. Le risposte a questo secolare quesito non vanno cercate nella leggendaria vita di Martino, ma in una antichissima tradizione che affonda le radici nella cultura celtica.
I Celti si avvalevano, infatti, di un calendario lunisolare composto da un anno lunare di 354 notti, con il capodanno corrispondente al 1 novembre, al quale occorreva aggiungere un periodo di 12 giorni così da farlo coincidere con quello solare. La notte dell’11 novembre era, appunto, la dodicesima dopo quella del capodanno celtico e concludeva quel dodekameron considerato un momento “di passaggio”, una sorta di tempo sospeso, in cui tutto era concesso e perfino i morti tornavano a far visita ai loro cari. Era un periodo di festeggiamenti che sanciva il termine della stagione dei raccolti e precedeva il nuovo anno, durante il quale si sarebbero affidati nuovi semi alla terra, a quella terra considerata “regno” dei defunti i quali, attraverso la loro visita, garantivano fertilità e abbondanza di frutti nei raccolti successivi. I cortei chiassosi e, spesso, spaventosi di defunti che tornano fra i vivi, sono una caratteristica che, non a caso, troviamo anche nelle questue dell’Halloween anglosassone, popolate di bambini travestiti da esseri mostruosi per lo più appartenenti al mondo dell’aldilà.
Quando il cristianesimo sovrappose la ricorrenza di Ognissanti alla festa d’inizio anno, le celebrazioni in onore dei defunti furono posticipate al giorno successivo e il clima di caos, di esagerazione e di burle che aveva fino ad allora caratterizzato il passaggio da un anno all’altro, confluì proprio nella notte corrispondente alla chiusura del dodekameron, quella dell’11 novembre.
La festa di S. Martino assunse, così, alcuni dei caratteri tipici del Carnevale. Tra le assonanze col martedì grasso, oltre al clima confuso di banchetti e bevute e all’uso di maschere (che in antico rappresentavano proprio le anime dei morti) vi era il cosiddetto Charivari (Chiarivarì in francese, ma anche Ciarivari in italiano). Con questo termine, noto per lo più agli etnografi e agli specialisti del settore, si intende il frastuono, il baccano provocato da una turba di monelli che accompagnava il matrimonio di persone vedove e il cui significato andò poi ad allargarsi fino a comprendere tutte le altre manifestazioni di scherno paesano, come quelle verso imperfezioni fisiche, vizi particolari o qualunque altra forma di debolezza. L’etimologia del termine è ancora oscura ma potrebbe derivare dal latino tardo caribaria a sua volta derivante dal greco karebarìa col significato di ‘pesantezza di testa’, in riferimento agli sgradevoli suoni provocati dal corteo. Lungo la penisola italiana, il termine corrisponde ad altre parole che richiamano gli effetti sonori (per esempio: bidonata, tamburata, zampognata, ecc…).
Anticamente vi erano diversi Charivari, molti dei quali ad personam, ma quello di S.Martino era il più crudele e chiassoso e si ripeteva annualmente. Le vittime erano le mogli infedeli, o meglio, i loro mariti traditi, coloro che non erano stati in grado di far prevalere l’elemento maschile all’interno della comunità. E così, l’11 novembre di ogni anno, una schiera di ragazzi chiassosi muniti di oggetti rumorosi quali coperchi, bastoni, tegole, bidoni e corni di bue, dopo aver mangiato e bevuto a crepapelle, sostava sotto qualche finestra e chiamava ad alta voce, per nome, il coniuge tradito costretto a subire ogni tipo di canzonatura. Il corteo vagava per le strade del borgo fino a notte fonda, divertendosi a dipingere enormi corna nere sulle case dei mariti traditi. I fautori del gran baccano appartenevano sempre ad un gruppo maschile ben preciso, collocabile in una specifica fascia d’età. Erano i giovani del paese, i quali svolgevano il compito di condannare coloro che contrastavano le regole sociali e morali della comunità.
Presso le popolazioni indoeuropee, un’associazione maschile di questo tipo possedeva caratteri di segretezza, era legata a riti iniziatici ed era nota col nome di Mannerbünd. Per assolvere ai compiti di rinnovamento morale, in coincidenza col rinnovamento dell’anno, tali gruppi di giovani si dedicavano ad una ‘caccia rituale’ dei trasgressori, ovvero di tutti coloro che non erano stati in grado di imporre la rispettabilità dell’elemento maschile e si erano lasciati ingannare dalle proprie mogli. I trasgressori, nella tradizione celtica e germanica, erano metaforicamente associati a dei cervi. Pertanto, essi erano sostituiti nella ‘caccia rituale’ da giovani mascherati con le corna i quali, accordatisi precedentemente con i loro finti predatori, si rifugiavano nei boschi vicini. Una volta raggiunti, venivano condotti dinanzi alle dimore dei reali trasgressori, ove avveniva una fittizia esecuzione di morte, generalmente simulata forando l’otre contenente sangue di bue che i finti cervi recavano sul loro petto.
In Italia, la Chiesa cominciò ad intervenire su queste forme di cultura contadina solo dopo il Concilio di Trento, ma è innegabile come gran parte degli elementi rituali di questo tipo di cultura sia sopravvissuta fino ai nostri giorni, non solo nelle aree di diretta influenza celtica. Solo seguendo questo punto di vista i cortei chiassosi, i banchetti sontuosi e le salaci battute contro presunti mariti ‘cornuti’ che ancora animano le nostre notti di S. Martino trovano un senso ed una spiegazione.
Gentili lettori, se siete certi della fedeltà delle vostre mogli, ma anche quest’anno vi sentirete affibbiare quel fastidioso epiteto da amici e parenti, non disperate perché potrebbe essere solo una burla. Nella notte di S. Martino, tutto (o quasi) è permesso!

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